
Conosco Los Angeles da molto tempo. Abbastanza da sapere cosa amo di lei, cosa mi irrita, cosa mi affascina e cosa può lasciarmi francamente perplessa. Ci ero già stata sei volte, avevo amici molto cari, ricordi che avevano avuto il tempo di trovare il loro posto e quella particolare familiarità che si crea con una città che si è percorsa in lungo e in largo.
Allora perché tornarci, nove anni dopo?
La domanda mi ha accompagnata per un po’. L’ultima volta eravamo venuti in famiglia, ma i bambini erano ancora piccolissimi: uno aveva tre anni, l’altro cinque mesi. Questa volta avrebbero finalmente scoperto Los Angeles con i loro occhi, creato i loro ricordi e, soprattutto, capito perché la loro madre aveva sempre avuto con questa città un rapporto un po’ complicato.
Siamo partiti per un mese e mezzo. È abbastanza per uscire dal semplice viaggio turistico, prendere delle abitudini, tornare più volte negli stessi posti, avere i propri indirizzi preferiti e cominciare a riconoscere i volti. Eppure, al momento di partire, non sapevo ancora bene se mi mancasse Los Angeles o se mi mancassero semplicemente le persone che amo e che vivono lì.
La risposta, come spesso accade qui, non sarebbe stata molto semplice.
Appena arrivati, il nostro amico Philippe March Jones era di passaggio a Los Angeles per una settimana. Gallerista e curatore di mostre a New York e a Kensington, Philippe occupa anche un posto importante nell’art brut negli Stati Uniti. Era lì in occasione della mostra dedicata all’artista Susan Te Kahurangi King alla James Fuentes Gallery, su Melrose Avenue.
Philippe è un amico importante per noi, e ritrovarlo appena arrivati dava già al viaggio un tono particolare. Los Angeles cominciava a fare ciò che sa fare così bene: far incontrare persone, storie e mondi che, sulla carta, non avrebbero avuto alcun motivo di trovarsi nello stesso posto.
Tra Santa Monica e Venice

Prima ancora di partire, avevo una certezza: volevo stare vicino all’oceano. Venice, o al massimo Santa Monica. Non Downtown, non Hollywood, non West Hollywood.
Eravamo in vacanza, certo per molto tempo, ma pur sempre in vacanza. Cercavo la luce, le passeggiate in bicicletta, i piedi nella sabbia, le giornate che si allungano e quella famosa dolce vita californiana che continuo a trovare piuttosto seducente, nonostante tutto ciò che posso rimproverare alla California.
Abbiamo trovato un appartamento assolutamente magnifico, esattamente tra Santa Monica e Venice, a pochi passi dall’immensa spiaggia. Venice Beach da una parte, Santa Monica Beach dall’altra.
All’undicesimo piano, con l’oceano all’orizzonte, avevamo anche una residenza che sembrava quasi una piccola città privata: piscina olimpionica, palestra, spazi lounge, caffè, reception, portineria… Alla fine mancava solo una scusa per non uscire mai più.
Per i bambini, la piscina olimpionica è diventata uno dei grandi ricordi del soggiorno. Credo che potrebbero ancora dirvi quanto era grande, raccontarvi dove nuotavano e quanto tempo ci passavano.

La mattina scendevamo a prendere un caffè prima di partire alla scoperta di un altro pezzo di Los Angeles. La sera tornavamo in spiaggia per il tramonto, poi in piscina per calmare i bambini. Era il nostro punto di riferimento. Il resto del viaggio sarebbe consistito nel partire ogni giorno verso una parte diversa della città e poi tornare qui.
Culver City, il colpo di fulmine che non avevo previsto

Prima di sistemarci vicino all’oceano, abbiamo trascorso tre giorni a Culver City. Eppure conoscevo molto bene la sua storia. Culver City è profondamente legata al cinema americano, in particolare all’antico impero MGM. Il mago di Oz, Via col vento e Cantando sotto la pioggia sono tra i film associati alla storia degli studios. Lo sapevo da tempo.
Quello che non avevo mai fatto era semplicemente fermarmi lì.
Alloggiavamo in una piccola casa californiana con un orto e un melograno assolutamente magnifico. Niente di spettacolare. Solo una casa, un giardino, strade tranquille e la sensazione di vivere per qualche giorno in una California molto più quotidiana.
E mi è piaciuto moltissimo. C’era qualcosa di divertente nel dormire in una piccola casa tranquilla, nel cuore di un territorio che ha contribuito a creare la grande mitologia hollywoodiana. Il cinema è ovunque, ma non ha bisogno di mostrarsi. Si può pensare agli studios, a tutti i film realizzati qui, e poi guardare qualcuno annaffiare il proprio orto come se nulla fosse. Probabilmente è proprio questo contrasto ad avermi conquistata.

Culver City ha anche qualcosa di molto particolare: molte persone che lavorano nel cinema vivono qui. Produttori, registi, tecnici, troupe. Persone che fanno i film, spesso lontano dai red carpet e dai manifesti.
Si può vivere nel cuore di un’enorme storia hollywoodiana e, nello stesso giorno, fare giardinaggio, fare la spesa, comprare frutta al mercato e tornare tranquillamente a casa.
Siamo tornati diverse volte durante il soggiorno, soprattutto per il farmers’ market del martedì. La frutta era incredibile. Bancarelle generose, atmosfera locale, persone che venivano semplicemente a fare la spesa. Era un’energia diversa da quella che si associa spontaneamente a Los Angeles: più dolce, più locale, più umana. Culver City non era nel mio programma. Eppure è entrata nelle mie abitudini.
Una città che porta tutto all’estremo
Los Angeles è una città che fa sognare. Il cinema, naturalmente. La spiritualità, il wellness, la cultura del corpo, gli studios, le star, le grandi case, le palme, i sogni di successo.
Esistono tutti i cliché. La cosa più divertente è che spesso sono veri.
Si può passare davanti a uno studio di yoga, incontrare qualcuno che parla di meditazione, vedere una palestra piena di corpi perfettamente scolpiti e poi sentir parlare di una nuova dieta, di un nuovo metodo per restare giovani o di un nuovo modo per diventare ricchi.
A volte mi chiedo dove finisca la convinzione e dove inizi la messa in scena. Sono davvero tutti spiritualmente connessi? O ciascuno cerca soprattutto di salvare se stesso? Di non invecchiare troppo in fretta, di non ammalarsi, di avere successo, di diventare ricco, famoso, guardato?
Los Angeles dà a volte l’impressione di essere una città in cui si lavora moltissimo per diventare la migliore versione possibile di se stessi. A costo di passare un’enorme quantità di tempo a guardarsi.
Probabilmente è per questo che La La Land mi lascia una sensazione strana. Amo Los Angeles, ma faccio fatica con questa visione perfettamente coreografata di una città che, nella realtà, è molto più complessa.
Qui il sogno convive con la miseria. Il successo convive con il fallimento. Il wellness convive con una precarietà molto visibile. La ricerca di sé può sembrare sincera, così come può dare a volte l’impressione di essere diventata un’industria.
Tutto è amplificato. L’ego. Il successo. La celebrità. La bellezza. La povertà. Le ambizioni.
Probabilmente è questa contraddizione ad affascinarmi tanto quanto mi irrita.
Non so ancora esattamente perché sono così legata a Los Angeles. Forse perché i miei amici vivono qui. Forse perché conosco abbastanza bene la città da avere le mie abitudini. Forse perché amo questa bipolarità, il suo lato imperfetto, a volte spietato, a volte assolutamente magnifico.
O forse semplicemente perché alcune città finiscono per essere legate a pezzi della nostra vita.
West Hollywood, la città di Ramos
Ramos, il mio fratello maggiore laggiù, adora West Hollywood. Voleva assolutamente trovarci un alloggio nel quartiere durante il nostro soggiorno.
Non ho accettato, perché sapevo già di voler vivere vicino all’oceano. Ma capisco benissimo perché gli piaccia così tanto stare lì.
Ramos è una di quelle persone che qui a Los Angeles, ma anche ben oltre, sembrano conoscere tutti. Non si capisce sempre bene perché, e forse è proprio questo a renderlo affascinante.
È un personaggio niente male. Ha quell’aria molto street che gli somiglia perfettamente e quella rete enorme costruita negli anni. Fa parte di quella categoria di persone che non sono necessariamente sotto i riflettori, ma conoscono chi ci sta, sanno mettere le persone in contatto e svolgono, dietro le quinte, un ruolo importante nell’ecosistema dello show-business. Raramente è in primo piano, ma non è mai molto lontano da dove succedono le cose.
Ramos vive a Larchmont, a pochi minuti da lì. West Hollywood resta però uno dei suoi territori preferiti. Gli piacciono soprattutto il Chateau Marmont e Soho House West Hollywood.
West Hollywood è piccola rispetto a Los Angeles, ma concentra una quantità sorprendente di cose: il Sunset Strip, le boutique di moda, le gallerie, il Design District, i ristoranti, gli hotel, i bar, gli indirizzi di arredamento e quella popolazione molto varia di creativi, habitué, visitatori e celebrità.
Il Design District è particolarmente interessante per me. Gli showroom, le gallerie e i negozi di arredamento danno a questa parte della città una vera personalità creativa. Ritroviamo quella combinazione di design, moda, architettura e lifestyle che amo particolarmente.
Il Pacific Design Center ricorda inoltre che Los Angeles non è soltanto una città di cinema e musica: è una vera città del design e dell’architettura.
Più avanti, il Sunset Strip racconta un’altra storia. Ha accolto generazioni di musicisti e artisti, e gli hotel e i ristoranti della zona sono frequentati da tempo da personalità del cinema e della musica.
La celebrità qui sembra meno eccezionale che altrove perché fa quasi parte del paesaggio. Quello che mi piace soprattutto è la relativa tranquillità del quartiere. Si può essere circondati da luoghi molto desiderabili senza avere continuamente la sensazione di trovarsi in un’attrazione turistica. Si cammina, si fa la spesa, si prende un caffè, si va a cena. A Los Angeles, poter semplicemente camminare senza avere una destinazione precisa è quasi un lusso.
Melrose, a volte i muri sono più famosi dei negozi

Il giorno dopo siamo andati verso Melrose, uno di quei quartieri che continuano ad attirare. I negozi cambiano, i ristoranti compaiono, alcuni indirizzi scompaiono, ma la strada conserva questo potere di attrazione molto particolare.
Da Paul Smith, il famoso muro rosa è diventato quasi più famoso del negozio stesso. Ho guardato le ragazze susseguirsi davanti alla facciata per scattare una foto, alcune senza nemmeno sembrare intenzionate a entrare. Il negozio Paul Smith è però piuttosto lontano da ciò che sembravano venire a cercare: una moda chic, classica, piuttosto preppy. Il muro, invece, è diventato uno sfondo indipendente dal marchio.
Non si viene più necessariamente per comprare. Si viene per farsi fotografare davanti.
È molto Los Angeles, in fondo. Qui un negozio può diventare uno scenario, un caffè una destinazione, un cortile uno sfondo. La città sa da tempo come fabbricare immagini. I social network hanno soltanto accelerato il movimento.
Su Melrose Avenue ho ritrovato anche HYPEACH, un negozio in cui tutto è desiderabile. Poi, proseguendo la passeggiata verso Sunset Boulevard, il celebre marchio Supreme ha aperto il suo indirizzo nell’ex sede di Tower Records.

Due mondi molto diversi, ma che raccontano ciascuno a modo proprio questa Los Angeles in cui moda, cultura, musica e architettura finiscono spesso per mescolarsi.
Poco più avanti, il nuovo flagship Aimé Leon Dore offre un’altra lettura del fenomeno. Aperto nel 2026 su Melrose, lo spazio mescola boutique, caffè e giardino in un ambiente ispirato alle case mediterranee, con un vecchio ulivo al centro del cortile. Il Café Leon Dore prolunga l’esperienza con il suo universo greco, le boiserie e il suo espresso bar.

Mi è piaciuta l’idea di un luogo che non separa più davvero moda, caffè, architettura e arte di vivere. Si vengono a guardare i vestiti, prendere un caffè, sedersi in giardino, osservare gli altri.
A Los Angeles, una boutique non è mai del tutto soltanto una boutique.
Beverly Hills, il sogno perfettamente curato

Beverly Hills appartiene a un’altra categoria.
Qui tutto sembra essere stato pensato perché il sogno americano non conosca alcuna stonatura. Le strade residenziali sono costeggiate da alberi, i giardini sono impeccabili, le case scompaiono dietro le siepi e Rodeo Drive allinea le grandi maison del lusso in una messa in scena che potrebbe facilmente diventare caricaturale.
Eppure Beverly Hills non si riduce allo shopping.
Ciò che mi interessa di più è il modo in cui la città trasforma il lusso in quotidianità. Un’auto spettacolare parcheggiata davanti a un caffè non attira necessariamente l’attenzione. Una boutique che altrove sarebbe un evento diventa semplicemente una boutique tra le altre.
Persino la stravaganza finisce per sembrare normale.
Ho fatto anche una deviazione da Bloomingdale’s, a Beverly Connection, dove ho ceduto a due abiti sgargianti. Forse è anche questo un soggiorno a Los Angeles: si parte con un’idea molto precisa di ciò che si farà e si torna con due abiti che non avevamo assolutamente previsto di comprare.
Westwood, il quartiere che mi ha sorpresa

Un altro giorno siamo andati verso Westwood.
Non pensavo necessariamente di fermarmi a lungo. Ci siamo andati con i bambini per una proiezione all’aperto di Back to the Future, e quella serata ci ha fatto venire voglia di guardare il quartiere con occhi diversi. Indissociabile da UCLA, Westwood possiede un’architettura riconoscibile, tra facciate, torri e arcate, che racconta una parte della sua storia. Alla fine degli anni Venti, la famiglia Janss aveva immaginato qui un vero progetto urbano attorno alla futura università, il cui campus aprì nel 1929
Passeggiando per Westwood Village, questa storia si legge ancora nelle facciate, nelle torri, nelle arcate e in alcuni edifici storici. Il Janss Dome, il Fox Theatre o l’antico edificio Ralph’s testimoniano un’epoca in cui i quartieri commerciali venivano progettati con una vera ambizione architettonica. Diversi edifici del village sono inoltre iscritti al National Register of Historic Places.
C’è anche quell’atmosfera universitaria che cambia completamente la popolazione del quartiere. Studenti, famiglie, abitanti, cinefili e visitatori si incontrano intorno ai ristoranti e ai piccoli negozi. Anche l’Hammer Museum e il Geffen Playhouse contribuiscono a questa identità.
Ma ciò che ho soprattutto conservato è stata la nostra serata.

Ognuno portava la propria coperta, ci sistemavamo all’aperto e guardavamo il film sotto le stelle californiane. I bambini hanno ricevuto dei regali.
C’era la famosa DeLorean del film. Per loro era ovviamente straordinario. Per me c’era qualcosa di molto dolce in quella scena: una strada trasformata per qualche ora in un luogo d’incontro, famiglie, bambini, un film che diverse generazioni conoscono a memoria e quell’auto diventata quasi un personaggio a sé.
Abbiamo guardato Back to the Future sotto le stelle. Credo che non avrei potuto chiedere molto di meglio.
Venice, la mia vecchia amica

Poi c’è Venice. La conosco dal 1996.
È una vecchia storia tra noi. So che molte persone conoscono Venice per la sua spiaggia, eventualmente per i suoi canali, e si fermano lì. È un peccato. Venice è molto più di questo.
La spiaggia resta uno spettacolo a sé. Gli skater, gli artisti, gli sportivi, i musicisti, i turisti, i personaggi improbabili, le persone che sembrano uscite da un videoclip e quelle che sembrano aver dimenticato di trovarsi in una città: tutto questo compone un teatro permanente.

Ma Venice è eterna.
Non ha bisogno di essere ricondotta a un’epoca. Cambia, si trasforma, accoglie nuovi indirizzi, ma conserva quella libertà che fa sì che io la ami da così tanto tempo.
E poi c’è Abbot Kinney.

È la mia strada preferita.
Penso addirittura che sia forse una delle zone più trendy di tutta Los Angeles. I negozi, i ristoranti, le gelaterie, i concept store, le facciate fotogeniche e quel modo che hanno le persone di passeggiare come se non avessero assolutamente nulla di urgente da fare.
È qui che si trova Fast Times, dietro Buck Mason. Ho adorato questo posto, e ancora di più quando ho scoperto un libro dedicato al mio amico Philippe March Jones: questa piccola coincidenza mi ha fatto inevitabilmente sorridere.
Fast Times mescola caffè, libreria e galleria in uno spazio molto essenziale, con libri d’arte, ceramiche, mobili contemporanei e quell’estetica molto Los Angeles in cui persino una tazza di caffè sembra essere stata scelta con un direttore artistico.
I bambini, invece, si trovavano già perfettamente a loro agio da Fast Times, come se avessero deciso che quel posto facesse parte della casa.
Abbot Kinney è anche il luogo in cui ho ritrovato quella permeabilità tra moda, decorazione, cultura, libri, caffè e arte di vivere che amo tanto a Los Angeles.
È anche qui che si trova Café Gratitude, uno dei miei ristoranti preferiti negli Stati Uniti. Secondo me, qui ho mangiato i migliori piatti vegan che abbia mai assaggiato. La loro key lime pie, interamente vegetale, resta una piccola ossessione personale.

Potrei probabilmente fare un viaggio a Los Angeles solo per questa torta. Sarebbe una giustificazione discutibile, ma la assumerei abbastanza facilmente. Tra l’altro, qualche anno fa ho ordinato il loro libro di ricette dalla Francia.
Anche i burger di The Win~Dow meritano un posto tra le mie scoperte gastronomiche. Durante il soggiorno abbiamo provato diversi indirizzi. A Venice, Santa Monica, Hollywood Boulevard e The Grove… e sono deliziosi.
Venice è anche Erewhon, quella catena di grocery ultra-chic e particolarmente costosa, diventata un vero simbolo del lifestyle californiano. Se ne trovano diversi nei quartieri più ricchi di Los Angeles: la sua presenza è quasi un indicatore di status. Prodotti selezionatissimi, piatti pronti, succhi e un’estetica impeccabile… Qui persino fare la spesa può assumere l’aria di un’uscita. Erewhon non ha davvero equivalenti altrove, ed è anche questo a renderlo così tipicamente californiano.

Venice sono anche i canali.
Li amo perché raccontano un’altra storia di Venice, più calma, quasi intima. Il sogno di Abbot Kinney era ricreare in California una versione della Venezia italiana, con i suoi canali.

Un’idea un po’ folle che alla fine è diventata uno dei paesaggi più riconoscibili del quartiere. Penso anche a Julia Roberts, una delle mie attrici preferite di un tempo, che ha vissuto a Venice e frequentato alcuni degli indirizzi che amo.
Mi piacciono questi dettagli. Ricordano che dietro ai luoghi che scopriamo oggi ci sono anche le storie di chi li ha amati prima di noi.
Santa Monica, il nostro quartiere
Dopo Venice, Santa Monica.
Era il nostro quartiere, la nostra quotidianità, il luogo in cui tornavamo ogni sera. Era quindi impossibile raccontare questo soggiorno senza darle il suo spazio. Santa Monica è più tranquilla di Venice. Anche più familiare, più turistica probabilmente, ma con una vera dolcezza.
La spiaggia, il molo, le biciclette, i jogger, i bambini, i ristoranti e i negozi danno al quartiere una sensazione di facilità che si apprezza ancora di più dopo aver attraversato Los Angeles per diverse ore. È probabilmente la parte di Los Angeles che corrisponde di più all’immagine che ci facciamo della California.
Main Street è diventata una delle nostre zone preferite per passeggiare. Qui ho scoperto Lost & Found, un negozio incredibile dove decorazione e abbigliamento si mescolano. Poi 2nd STREET, un negozio vintage e di seconda mano dove ho trovato due jeans in condizioni assolutamente perfette.
Come al solito, ho anche ceduto alle spezie da riportare a casa. Questa volta venivano da Trader Joe’s, un supermercato diventato trendy per i suoi prodotti originali e le sue tote bag.
Malibu e Pacific Palisades
Siamo andati anche verso Malibu, poi verso Pacific Palisades, che si sta lentamente rialzando dopo gli incendi. Le tracce sono ancora lì, ma la vita riprende, come la California sa fare così bene.
Dopo tutte le immagini di Los Angeles che conosciamo, c’era qualcosa di particolare nel vedere questa parte della California in quel momento: un paesaggio magnifico, segnato, ma già rivolto verso ciò che viene dopo.
Downtown, l’altro volto di Los Angeles

Ovviamente bisognava andare a Downtown.
Amo i suoi musei, la sua architettura, le sue strade, i suoi edifici antichi mescolati alle costruzioni più recenti. Amo quella sensazione di ritrovare una vera densità urbana dopo i quartieri più orizzontali dell’ovest. Ma Downtown non è un solo quartiere. Ci sono Historic Core, l’Arts District, Little Tokyo, South Park, la Fashion District, Chinatown, Bunker Hill. Ogni zona ha la propria atmosfera.
I bambini hanno adorato soprattutto Little Tokyo. Sognano da tempo di andare a Tokyo, una città che conosco già e di cui parlerò loro un giorno in un altro racconto. Qui hanno scoperto questo piccolo pezzo di cultura giapponese con una curiosità piuttosto toccante, come se Los Angeles avesse offerto loro un’anteprima del viaggio che già aspettano.

L’Arts District, invece, mi fa sempre un effetto molto particolare.
I suoi vecchi edifici industriali trasformati, le gallerie, i caffè, i muri ricoperti di pittura e questo modo di far convivere creazione e vita quotidiana mi ricordano immediatamente New York, la città del mio cuore.
Downtown obbliga anche a guardare ciò che gli altri quartieri a volte permettono di dimenticare. La presenza delle persone senza dimora è importante e alcune zone possono dare una sensazione di insicurezza che non ha nulla a che vedere con l’immagine glamour di Beverly Hills o la rilassatezza di Venice.
Non posso fingere di non vederlo.
È anche questo che mi disturba quando Los Angeles viene ridotta a una cartolina. La città è capace di una bellezza incredibile, ma porta con sé anche fratture molto visibili. Le due cose esistono contemporaneamente.
Avevo anche un affetto molto personale per The Original Pantry Café, dove mi piaceva andare a fare colazione. Il locale aveva quell’atmosfera da vecchio diner in cui i camerieri sembravano fare parte dei muri e conoscevano il mestiere alla perfezione. Ha chiuso e con lui è scomparsa una piccola parte delle mie abitudini a Los Angeles. Ma si parla di una riapertura…
Hollywood Boulevard, il set…

Hollywood Boulevard è ovviamente imperdibile.
Le stelle sul marciapiede, il Chinese Theatre, le première, i personaggi in costume, i venditori di souvenir: c’è tutto ciò che si immagina. Quello che mi piace è che Hollywood Boulevard non cerca nemmeno più di fingere.
Sa che i visitatori vengono in cerca di cinema e offre loro una versione XXL del cinema.
Di giorno è un grande teatro a cielo aperto. La sera l’atmosfera diventa decisamente meno seducente e i miracoli che si possono incontrare non sono necessariamente quelli che racconteremmo ai bambini.
I miei figli, invece, hanno avuto un’esperienza molto diversa del Chinese Theatre. C’è stato il camp per gamer dedicato a YouTube e ai videogiochi, offerto da Fonzie. Poi i Minions sul red carpet.

Per loro, quindi, Hollywood non sono soltanto le stelle sul marciapiede. È anche un camp per gamer e un red carpet con personaggi che conoscono.
Credo che non avranno mai esattamente la mia stessa definizione di Hollywood.
I luoghi in cui Los Angeles diventa personale
Una città finisce sempre per diventare una collezione di persone.
Laquelle Mari è una ragazza incredibile e talentuosa, importante nel mio cuore. Il suo percorso è già di per sé una piccola storia della California contemporanea, all’incrocio tra innovazione, intelligenza artificiale e tecnologie del futuro.
Lavora in particolare nell’ambito dell’intelligenza artificiale e del quantistico e ha contribuito a sviluppare tecnologie all’incrocio tra questi due mondi. È inoltre presentata come co-inventrice di una tecnologia di intelligenza artificiale quantistica-fotonica.
A Los Angeles sviluppa anche la sua attività intorno all’innovazione e al futuro dell’IA con Future of AI Studio. È coinvolta in riflessioni che vanno oltre la semplice tecnologia: strategia, innovazione, nuove applicazioni dell’IA e il modo in cui queste tecnologie trasformeranno la nostra società.
Fa inoltre parte delle persone coinvolte nel U.S. AI Council e ha partecipato alla creazione della Declaration of Artificial Intelligence for the Future of Humanity.
Quello che amo di Laquelle, al di là di tutto questo, è che non ha nulla della caricatura della persona che lavora nella deep tech. È divertente, bella, brillante, curiosa e abbastanza appassionata da poter passare da una conversazione sul futuro dell’intelligenza artificiale a beneficio dell’umanità a qualcosa di divertente nel giro di pochi secondi.
È anche per questo che è importante per me.
Los Angeles è piena di persone che inventano, producono, immaginano e cercano già di costruire ciò che verrà dopo. Laquelle ne fa parte, ma resta prima di tutto Laquelle: un’amica, una persona importante nel mio cuore e uno di quegli incontri che rendono una città molto più personale.
Mario Tahi Lathan è un vecchio amico. Vivevamo a New York nello stesso periodo. In seguito ha scelto la California per la sua qualità della vita, mentre io sono rimasta molto legata a New York.
È regista, produttore e montatore, laureato alla Howard University. Il suo lavoro lo ha portato a muoversi tra documentario, televisione, musica e cultura, con produzioni trasmesse in particolare su PBS, TNT, BET, ESPN, CNN, E! e NBC. Ha realizzato diversi documentari dedicati alla musica e alla cultura, tra cui This Is The Bash, sul jazzista haitiano Jowee Omicil, e Jaimeo Brown’s Transcendence.
Mi piace particolarmente il suo modo di raccontare le storie: con un piede nel cinema, uno nella musica e sempre quella curiosità per le persone e le culture.
Fa parte di quegli amici che hanno conosciuto un’altra parte della mia vita, quella di New York, e che danno a Los Angeles una profondità ulteriore. Quando ritrovi qualcuno dopo anni, non ritrovi mai soltanto la persona. Ritrovi anche una versione di te stessa.
Poi c’è Gerald Clayton, il mio fratellino.
Non era a Los Angeles durante il nostro soggiorno. Mi aveva invitata a una delle sue jam session al Sam First, le Tuesday Happenings. Io sono partita il giorno in cui Gerald tornava.
L’ho conosciuto agli inizi, accanto all’immenso trombettista Roy Hargrove, che ha fatto parte della mia vita personale fino alla sua morte. Gerald era già un pianista assolutamente straordinario e ho seguito il suo percorso con grande affetto e ammirazione.
Da allora ha costruito una magnifica carriera: artista Blue Note, più volte candidato ai Grammy Awards, ha lavorato tra gli altri con Diana Krall, Charles Lloyd, Dianne Reeves, John Scofield e, naturalmente, Roy Hargrove. Pianista e compositore, ha anche firmato la musica del documentario MLK/FBI e composto un’opera commissionata dal LACMA.
Ma dietro questo percorso impressionante, per me resta Gerald, il mio fratellino.
Non era a Los Angeles durante il nostro soggiorno. Mi aveva invitata a una delle sue jam session al Sam First, le Tuesday Happenings. Io sono partita il giorno in cui Gerald tornava. Ci siamo quindi persi.
È anche questo il bello dei viaggi che durano un mese e mezzo: pensi di avere tutto il tempo e scopri che una città immensa può comunque riuscire a farti mancare qualcuno.
Anche Fonzie fa parte di questa storia.
Generoso quanto intrigante, Benjamin Greenfield si muove all’incrocio tra entertainment, creatività e brand. Ha dato ai bambini la possibilità di partecipare a camp dedicati a YouTube e al gaming, tra cui un camp per gamer al Chinese Theatre. Un’esperienza eccezionale, normalmente costosa, che rappresentava un vero sogno per molti bambini.
E poi c’è stata quella serata a casa di Snoop Dogg, nel suo compound di Los Angeles, in occasione di Broadus Together. Trasmesse in parte in diretta su TikTok, riuniva artisti, creator e personalità della cultura West Coast. Snoop aveva fatto le cose in grande: open bar, goodies, food truck con tacos e burger e persino i suoi gelati Dr Bombay. Una serata generosa e spettacolare, con red carpet, all’immagine di una certa idea dell’intrattenimento all’americana.

Grazie a Ramos e al team di Snoop, abbiamo potuto far scoprire questo universo ai bambini. Eppure non siamo estranei ai retroscena dell’entertainment: mio marito lavora per la televisione nazionale, a contatto con artisti di primo piano, mentre io ho sempre intervistato, per media generalisti, artisti internazionali, cantanti, rapper, musicisti e attori. I bambini sono cresciuti a contatto con i nostri progetti, tra concerti, mostre e incontri.
Ma assistere a una serata con Snoop Dogg, a Los Angeles, a casa sua, era comunque un’altra cosa. Per loro è anche quel personaggio del videogioco Fortnite, riconoscibile per il suo modo di ballare. Ritrovarlo nel suo stesso universo, nel bel mezzo di una serata così generosa, aveva qualcosa di piuttosto surreale. E poi, negli Stati Uniti, tutto sembra assumere un’altra dimensione: la musica, gli invitati, la scenografia, il cibo, l’energia. Una serata che sarebbe già stata eccezionale in Francia assumeva qui una dimensione quasi irreale.
Los Angeles senza macchina
Viaggio senza macchina da più di trent’anni.
A Los Angeles può sembrare quasi incongruo. Abbiamo quindi utilizzato soprattutto i mezzi pubblici, tranne quando erano gli amici a portarci in macchina. Richiede un po’ di organizzazione, soprattutto quando si vuole passare dall’oceano a Downtown, poi raggiungere Westwood o un altro quartiere.
Le distanze sono considerevoli e il traffico può trasformare un tragitto banale in una vera spedizione. Ma questo modo di spostarmi mi ha permesso anche di vedere un’altra Los Angeles.

Ho avuto spesso l’impressione di osservare maggiormente i quartieri, le persone e i cambiamenti dello scenario rispetto a quando si attraversa la città in macchina. Ho persino incontrato abitanti che non sapevano sempre che esistesse una soluzione con i mezzi per raggiungere alcuni dei luoghi dove stavamo andando.
La cosa mi ha molto divertita. Da più di trent’anni mi chiedono come faccio senza macchina. Los Angeles mi ha piuttosto confermato che è possibile, a condizione di accettare di non fare tutto velocemente.
Per una città che ti obbliga già a fare i conti con le distanze, forse è una buona lezione.
Los Angeles è così. Continua a spostare lo scenario. Pensi di aver capito la città e poi ti porta altrove. È qualcosa che ho finito per accettare e forse anche per amare.
Dove mettere le valigie
Château Marmont, West Hollywood
Dietro le sue pareti ricoperte d’edera, il Château Marmont conserva il profumo di una Hollywood mitica. I suoi bungalow, i giardini e i corridoi sembrano ancora trattenere qualche frammento di notti leggendarie.
Una guest house dall’anima residenziale, lontana dagli hotel standardizzati e dal loro anonimato. Linee essenziali, materiali naturali e atmosfera intima compongono una parentesi rilassante.
The Kinney Venice Beach, Venice
A poche strade dall’oceano, The Kinney mescola colori decisi, linee grafiche e spirito californiano. La piscina sul tetto invita a rallentare tra una passeggiata e l’altra nel quartiere. Hotel trendy e rilassato.
Le più belle parentesi gastronomiche
La cucina vegetale si esprime in un’atmosfera luminosa, tra piatti colorati e ingredienti scelti con cura. Il menu, punteggiato da formulazioni positive, prolunga lo spirito wellness fin nei dettagli.
Café Leon Dore, Melrose
Il caffè di Aimé Leon Dore prolunga l’universo del brand in un ambiente da villa mediterranea. Ulivo, giardino e architettura compongono una cornice in cui moda e arte di vivere si incontrano.
The Win~Dow, Venice
Una finestra aperta su una cucina semplice e precisa, tra burger morbidi e patatine croccanti. L’indirizzo si inserisce nella quotidianità di Venice, tra abitanti, passeggiatori e habitué della spiaggia.
Erewhon
Erewhon trasforma la spesa in un’esperienza estetica, tra prodotti selezionati e bevande sofisticate. Vi si ritrova una certa idea del benessere californiano, tanto lussuosa quanto meticolosamente messa in scena.
Gjelina, Venice
Su Abbot Kinney, Gjelina resta un indirizzo emblematico di quella cucina californiana che celebra le verdure, il fuoco e la convivialità. Un tavolo vivo e generoso, perfettamente in sintonia con l’energia di Venice.
Sous Sous, Venice
Un indirizzo più discreto, dove si viene per una cucina precisa e un’atmosfera senza ostentazione. Qui i dettagli contano più della messa in scena.
Destroyer, Culver City
In un ambiente minimalista, Destroyer confonde i confini tra caffè, laboratorio e ristorante. Qui ogni piatto gioca con consistenze, temperature e dettagli con una precisione quasi architettonica.
San Damián, Downtown Los Angeles
Una cucina peruviana espressiva, sostenuta da colori, consistenze e influenze molteplici. Un indirizzo che partecipa a quella Los Angeles in cui le culture si incontrano senza mai fondersi completamente.
Dan Tana’s, West Hollywood
Dietro la sua facciata discreta, il tempo sembra essersi fermato da qualche parte tra Hollywood e la dolce vita italo-americana. Tovaglie bianche, servizio tradizionale e atmosfera da vecchia istituzione: un altro volto della città.
Catch LA, West Hollywood
Catch LA appartiene alla Los Angeles delle serate, delle terrazze e delle luci che si prolungano fino a tardi. Un indirizzo attento tanto all’ambiente quanto a ciò che accade nel piatto.
Passeggiare altrimenti
Sunset Junction, Silver Lake
A Sunset Junction, Los Angeles assume l’aria di un villaggio, con i suoi caffè, i piccoli negozi e le terrazze piene di vita. Un quartiere da attraversare senza un itinerario preciso, lasciandosi guidare dalle facciate.
York Boulevard, Highland Park
York Boulevard offre un volto più locale di Los Angeles, tra attività indipendenti, edifici antichi e nuovi indirizzi. Una strada in cui si percepisce più la vita quotidiana che lo spettacolo della città.
Sawtelle Japantown
Sawtelle è un altro quartiere in cui la cultura giapponese si esprime nei ristoranti, nelle drogherie e nei negozi. Si passa da un bancone di ramen a una pasticceria, da una libreria a un indirizzo di design.
The Grove
The Grove rivendica pienamente il suo lato da set cinematografico: strade impeccabili, tram, fontane e negozi. Una passeggiata quasi irreale, ma affascinante per ciò che racconta del sogno californiano.
The Row DTLA
Nei suoi antichi edifici industriali, The Row DTLA mescola mattoni, design, ristoranti e creativi indipendenti. Un Downtown più grezzo, dove l’architettura conserva la memoria di ciò che era il quartiere.
Le porte da aprire
Con la sua facciata a nido d’ape, The Broad impone una presenza scultorea nel cuore di Downtown. All’interno, l’arte contemporanea dialoga con un’architettura luminosa e spettacolare.
TCL Chinese Theatre
Su Hollywood Boulevard, il TCL Chinese Theatre conserva qualcosa del cinema sognato, con le impronte delle star e la sua scenografia teatrale. Un’immersione in una memoria hollywoodiana diventata quasi irreale.
Maxfield, Melrose
Maxfield non assomiglia a un negozio ordinario: la moda convive con l’arte, il design e gli oggetti da collezione. Un indirizzo radicale in cui lo shopping assume l’aria di una visita culturale.
Bazar, Venice
Bazar si scopre in una strada più discreta di Venice. Moda, gioielli, accessori, oggetti da farmacia e mobili si mescolano in una selezione eclettica. Una boutique dallo spirito californiano, libero e inatteso.
Aimé Leon Dore, Melrose
Da Aimé Leon Dore, la boutique si prolunga in un caffè e in un giardino ispirati a una villa mediterranea. Tutto è pensato come un’arte di vivere, dagli abiti all’architettura.
Fast Times, Melrose
Dietro Buck Mason, Fast Times riunisce caffè, libreria, galleria e oggetti di design. Libri d’arte, ceramiche e mobili contemporanei si scoprono tra gli scaffali.
Qualche deviazione
Getty Villa, Pacific Palisades
Una villa romana ricostruita di fronte al Pacifico, giardini e collezioni antiche: la Getty Villa sembra appartenere a un altro continente. Un incontro improbabile tra Mediterraneo antico e luce californiana.
Palm Springs
Palm Springs è una parentesi di linee moderniste, palme e montagne desertiche. Una città in cui l’architettura degli anni Cinquanta dialoga ancora con il paesaggio.
Catalina Island , Avalon
Un piccolo sapore di Mediterraneo, case color pastello e un porto in cui le barche sembrano fare parte dello scenario. Avalon offre una parentesi insulare sorprendentemente esotica, a pochi passi da Los Angeles.
Santa Barbara
Un’architettura spagnola, giardini lussureggianti e quella luce particolare che avvolge la costa californiana. Santa Barbara possiede un’eleganza tranquilla, tra gallerie, boutique e terrazze affacciate sull’oceano.
Joshua Tree National Park
Il deserto di Joshua Tree impone un paesaggio astratto, scolpito dalle rocce e dagli alberi di Joshua. La luce trasforma i volumi nel corso della giornata. Una deviazione per ritrovare una California più ruvida, vasta e contemplativa.
Maison Chill Experience
Pranzare a piedi nudi sulla sabbia a Paradise Cove
Al Paradise Cove Beach Café, a Malibu, l’ambiente fa parte integrante dell’esperienza. Sedetevi di fronte al Pacifico, direttamente sulla sabbia, per un pranzo semplice e rilassato, poi prolungate il momento con una passeggiata sulla spiaggia. Restate fino al tardo pomeriggio, quando la luce diventa più morbida, i colori si intensificano e l’oceano diventa il vero punto focale.